Il 3 Maggio a Bisacquino: una festa che unisce fede e comunità

u tirdimajo

Passata la festa, gabbato lo santo. Così dicevano gli antichi, che la sapevano lunga; e come si sa bene, gli antichi avevano sempre ragione.
Ma per ogni assunto, c’è sempre un ragionamento per assurdo.

Il significato del 3 maggio a Bisacquino

Il 3 maggio di Bisacquino, u tirdimajo, è qualcosa di unico, di speciale. Affratella tutti sebbene ognuno porti sulle spalle un santo diverso. Rievoca ricordi in bianco e nero negli anziani e avvolge in un’atmosfera magica i più piccoli, quanto e più del Natale.
Ogni bisacquinese aspetta questa festa come l’assetato la proverbiale acqua nel deserto. Ed è in essa e per essa che dà il meglio di sé.

Una tradizione che vive nel tempo

Perché, diciamolo pure e diciamolo forte, il 3 maggio è nel nostro DNA. Ne conosciamo ogni particolare, ne assaporiamo i momenti salienti, che sia l’uscita della Vara dalla Matrice o la salita dell’Arena, e restiamo incantati mentre esplodono i giochi d’artificio, con gli occhi volti in un’unica direzione.

“Il 3 maggio è nel nostro DNA”

Da qui dovremmo imparare e da qui dovremmo ripartire. Come popolo, come comunità, come fedeli. Ad interpretare la nostra storia come quella da cui si può sempre trarre il meglio e in cui dare sempre il massimo, al di là delle divisioni e delle dicerie, insegnando ai giovani che c’è un mondo più grande di quello visto in prospettiva ma mai esplorato veramente, e imparando da loro che evolversi vuol dire guardare al nuovo senza pregiudizi.

Viva il 3 maggio. È questa la Bisacquino che ci piace. Senza fumi alcolici e con nient’altro di stupefacente che non sia la vitalità che, come gente comune, ci coglie quando qualcosa ci innamora, come la festa che è appena finita ma che aspettiamo già, bisacquinesi come siamo, imperfetti certo ma capaci di emozionarci ancora.

Prof. Pietro Fischietti

Foto: Gregory Mansella

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